Cosa ci sta portando a questa deriva razzista?

Editoriale del Bhalo Magazine 1/2015

di Alessandro Cipriano e Matteo Ferrucci

Cosa ci sta succedendo fratelli?
Cosa ci sta portando a questa deriva razzista? Cosa ci spaventa?

Da dove viene tutta questa rabbia?

Leggiamo increduli commenti post di amici apparentemente miti che diventano improvvisamente feroci “dentro” un social network. Ascoltiamo considerazioni di persone nei supermercati che semplificano la complessità di questi anni difficili attribuendo la colpa a nostri fratelli che stanno solo scappando da guerra e disperazione, implorandoci di aiutarli.

Siamo costretti ad ascoltare falsità di giornalisti e opinionisti in mala fede che citano dati e fonti completamente inattendibili. E cosa dire di un certo mondo politico che specula in modo ignobile sulla pelle dei nostri fratelli migranti facendo leva sulla paura e sulla parola “invasione”.

Dobbiamo reagire amici a questa deriva razzista. Mai come adesso è necessario formarci e informarci e spiegare a tutti come stanno veramente le cose.

Ma non basta. Bisogna predisporci all’accoglienza e decidere da quale parte dei nostri istinti stare.

Da anni diciamo come cambiano le cose quando si passa dai numeri alle storie.

Come è possibile non decidere di accogliere alcune persone dopo aver sentito i racconti dei superstiti di alcune stragi?

E se alcuni di loro fossero nostri amici o familiari?
La risposta è ovvia: cambierebbe radicalmente la nostra visione.

L’Europa e l’Italia fortunatamente hanno accolto e accoglieranno in futuro alcuni dei nostri fratelli africani, e non solo, salvandoli da una morte certa.

Noi come in passato andremo a conoscerli e speriamo tanto che farete anche voi la solita cosa.
Sarà il modo di valutare senza nessun filtro se le vostre idee sono dominate dal cuore o dalla pancia.

***

Non è facile restare umani.

Non lo è specialmente oggi quando da ogni parte ci sentiamo minacciati, attaccati, insicuri. Non lo è quando le nostre solide certezze, come il lavoro, la salute, la sicurezza delle nostre città, vacillano e sembrano sempre più sottili. E allora è facile pensare che gli uomini e le donne che arrivano dall’Africa attraversando quella lingua di mare che è il Mediterraneo nei pressi della Libia, siano una minaccia, un problema. Non possiamo però accontentarci di questo.

Approfondendo le storie di queste donne, uomini e soprattutto bambini, facendo la fatica di andare oltre la superficie, scopriamo che quegli uomini sono come noi, con le loro aspirazioni, i lori sogni, le tremende paure, la speranza. Quella speranza che li ha spinti a fare centinaia di chilometri a piedi nel deserto, migliaia viaggiando in condizioni disumane dalla Somalia, dall’Eritrea, da ogni parte del Sud del mondo, per provare a realizzare un sogno, l’unico sogno che hanno nella loro vita faticosa. E dopo tutto questo, arrivare sulle sponde del mare che ha creato la civiltà e, stremati, fare l’ultimo passo, l’ultima assurda follia verso un mondo nuovo che dia ali alla loro speranza. Magari con in braccio i propri figli ai quali si desidera regalare, costi quel che costi, un futuro migliore, sicuramente più luminoso dello schifo da cui si proviene. Questi uomini e queste donne vengono dalla guerra, dalla violenza, dalla fame, dalle sofferenze più atroci, dall’assenza totale di libertà e democrazia. Sanno bene cosa rischiano, sano bene che molti non ce la faranno, sanno però bene che tutto questo è sicuramente meglio di quello che lasciano; forse anche la morte, anche quella, spesso, è migliore della vita che lasciano… altrimenti non lo farebbero. Ne è conferma il fatto che spesso usano per questo viaggio della follia tutto quello che hanno risparmiato, le fatiche di un’intera esistenza e anche qualcosa di più. E se questo non ci accontenta, se non ci convince, che lo facciano i numeri di questo piccolo esodo, lo facciano le statistiche che confermano come, nonostante tutto, la sicurezza nei nostri paesi è in aumento, i posti di lavoro che loro vengono ad occupare sono quelli che noi non vogliamo, i reati che imputiamo erroneamente a loro sono comunque in calo, le rendite della loro presenza sono un motore irrinunciabile ormai per il nostro continente e tanti altri indicatori ci dicono che questo flusso di Storie non è che un inevitabile e utile movimento del mondo nella storia come lo fu per noi europei all’inizio del ‘900 verso il “Nuovo Mondo” dove tanti sogni di tante vite fallite hanno trovato realizzazione.

Vorremmo sperare che non siano necessari i numeri e i benefici di questo processo a convincerci che non possiamo chiudere gli occhi, vogliamo sperare che noi uomini di questo tempo non perderemo la sfida di rimanere umani, di considerarci parte della stessa grande famiglia, di capire che su quelle barche, alla deriva, nel “mare nostrum”, ci potremmo essere noi, sognando un futuro migliore per i nostri figli, sognando fino alla morte talvolta.

Noi che crediamo nei valori che Bhalobasa porta con fin dalla sua fondazione, noi che abbiamo visto negli occhi cosa significano la fame, la malattia, la perdita di ogni speranza, non possiamo che aprire la braccia dell’accoglienza, costi quel che costi, non possiamo che restare umani, con quanta fatica richiede, rinunciando con forza ed energia alla semplificazione che chiude alle Storie, ma facendo la fatica di restare quello che siamo: uomini.

foto editoriale 5

Un barcone di migranti  ANSA / ETTORE FERRARI
Un barcone di migranti
ANSA / ETTORE FERRARI